GEOMONDADORI http://www.geomondadori.com Il mondo delle guide Wed, 11 Apr 2012 14:55:03 +0000 it Tra le braccia dell’India. Viaggio in Rajasthan, Agra e Varanasi #2 http://www.geomondadori.com/club-geo/articolo/tra-le-braccia-dellindia-viaggio-in-rajasthan-agra-e-varanasi-2/it Wed, 11 Apr 2012 14:27:09 +0000 Club Geo Articolo Articolo Club Geo /club-geo/articolo/tra-le-braccia-dellindia-viaggio-in-rajasthan-agra-e-varanasi-2/it Seconda parte Jaisalmer, la città del deserto e del ... <p><strong>Seconda parte </strong></p> <p>Jaisalmer, la città del deserto e del meraviglioso forte, ha rappresentato un&#8217;esperienza fantastica: dal Gadi Sagar Lake – in cui lo sguardo si perdeva tra le antiche costruzioni ma anche tra i famelici pesci gatto, che a centinaia si ammassavano a riva per accaparrarsi una mollica di pane – al silenzio del Crematorium, dove i defunti vengono bruciati, all&#8217;immensità del deserto, visto sul dorso di un cammello. Senza contare il forte della cittadina, un luogo carico di anni e di gente, in cui appunto siamo stati sorpresi dalla professionalità della guida-bramino che, col suo impressionante italiano, ci ha raccontato molto del luogo, ma anche della sua famiglia, del suo quotidiano, e del suo essere continuamente diviso tra il rispetto delle regole religiose, la riverenza nei confronti della madre, vero capofamiglia, e la necessità di sbarcare il lunario. E&#8217; all&#8217;interno del forte che abbiamo osservato templi giainisti finemente decorati, bambini sorpresi dalle nostre macchine fotografiche, donne impegnate a lavare i panni sulla soglia di casa, ma anche i primi, inesorabili segni del turismo imperante. C&#8217;erano indicazioni di ristoranti italiani, e tanti negozi fintamente tradizionali, specchietto per le allodole per i turisti. La guida ci ha confidato di essere molto preoccupata per le sorti del forte, la cui stabilità era seriamente messa in discussione da ristoranti e alberghi, con le loro necessità strutturali (scarichi, trasporti) che superavano di gran lunga le capacità di un forte ultracentenario. Ed è stato davvero triste scoprire, solo pochi giorni dopo, che il nostro amico era stato amaramente profetico, e che si era verificato un crollo nelle mura dorate e meravigliose di quel forte, ahimé, così bistrattato.</p> <p>Prima di arrivare a Jodhpur, la caratteristica cittadina dalle case dipinte di blu, impreziosita dallo storico palazzo di Umaid Bhawan, il nostro autista si è fermato lungo la strada per farci ammirare i templi giainisti di Ramdeora e di Osiyan: in quest&#8217;ultima località, la piccola passeggiata nel paesino, attraverso rumorosi banchi del mercato pieni di migliaia di oggetti, stoffe e spezie, ci ha dato l&#8217;ennesima prova della mitezza del popolo indiano. Eravamo gli unici occidentali in mezzo, senza esagerare, a migliaia di indiani. Eppure, non abbiamo mai avuto neanche il minimo momento di disagio o di fastidio. Nessuno ti tocca, ma tutti sorridono, come se volessero chiamarti a sé: come è ovvio, l&#8217;occidentale viene considerato una golosa occasione per vendere qualcosa e provare a combinare un affare, ma è vero anche il contrario. Nel senso che in India donne, uomini e bambini hanno un rispetto e una delicatezza non comuni nei confronti di chi si approccia a loro. Anche se alcuni nostri atteggiamenti o il nostro vestiario per loro possono apparire inaccettabili, la risposta non è di rifiuto, ma solo di un pudico e, a tratti, divertito sorriso nei confronti della diversità. Una diversità che spesso li porta anche a sconfiggere il loro innato pudore spingendoli addirittura a chiedere, perchè no, una fotografia insieme. Proprio a Osiyan il nostro essere occidentali e dunque sostanzialmente poco avvezzi a sostenere la fatica ci ha permesso di saltare una fila lunghissima di fedeli per entrare nel tempio: non siamo stati noi a chiedere, in un certo senso siamo stati cordialmente invitati a farlo da alcune guardie presenti a regolare il &#8220;traffico umano&#8221;.<br /> Il viaggio è continuato in direzione Udaipur, definita, forse un po&#8217; troppo audacemente, la &#8220;Venezia&#8221; dell&#8217;India. Durante le numerose ore in macchina - con gli occhi incollati al finestrino! - è stato impossibile non notare il divario abissale tra il &#8220;vecchio&#8221; che resiste (e che trasuda da ogni viso, albero, vacca, tempio, casa diroccata) e il &#8220;nuovo&#8221; che avanza. Lungo le strade, percorse a bassa velocità per via delle loro pessime condizioni, si notavano cartelli pubblicitari di famose marche di tecnologie varie e telefonini, o piccoli banchi che, accanto alle banane e ai tanti frutti accatastati alla rinfusa, vendevano i sacchetti di patatine o la ben nota Coca-Cola. Stiamo parlando di villaggi che si sviluppano direttamente ai lati di strade non asfaltate, su una superficie piccola, con le fogne a cielo aperto e le case malmesse. Posti in cui solo i viandanti che si spostano da una città all&#8217;altra possono fermarsi. Luoghi per lo più non segnalati da nessun cartello. Eppure anche in questi paesini dimenticati da Dio e dagli uomini appare il telefonino, emblema di un Occidente aggressivo che punta i suoi artigli su questa &#8220;nuova&#8221; massa di probabili consumatori.</p> <p>Meraviglie della natura e dell&#8217;uomo ci sono apparse le due piccole località di Ranakpur e Kumbhalgarh, in cui l&#8217;immobilità apparente del tempo assumeva un sapore mitico, un misto di razionalità e pura spiritualità religiosa. A Ranakpur, per esempio, il candore del tempio di Adinath (XV secolo), il più grande santuario giainista, ci ha tolto il fiato: con le sue 1444 colonne intarsiate, il tempio appariva come un rifugio marmoreo, pronto ad accoglierci nelle sue larghe braccia. Kumbhalgarh, al contrario, ci ha fatto l&#8217;effetto di rappresentare un punto di non ritorno: il suo forte, nel cuore di verdi montagne a 1100 metri sul livello del mare - e dire che il Rajasthan è una regione desertica! - rappresenta una imperdibile occasione per riappropriarsi di un senso intimo di serenità, con lo sguardo che si perde tra i lunghi bastioni fortificati e l&#8217;orizzonte.</p> <p>A Udaipur, dopo le doverose visite al City Palace - il palazzo regale di fronte al lago Pichola - abbiamo avuto la fortuna di assistere presso il Jagdish Temple, dedicato a Vishnu, a una cerimonia cantata, a cui sono accorsi centinaia di fedeli: le donne, in abiti coloratissimi, erano la maggioranza, tutte intente a intonare litanie affascinanti e coinvolgenti le une sedute accanto alle altre, in un turbinio di sgargianti e morbidi tessuti. Sempre a Udaipur, abbiamo toccato con mano cosa possa significare &#8220;benessere&#8221; in India: in alcuni quartieri della città infatti le case, abitate secondo la guida locale da &#8220;borghesi&#8221; e persone &#8220;importanti&#8221;, avevano un aspetto pulito e solido, cosa che fino ad allora, nel nostro viaggiare per il Rajasthan, non ci era mai accaduto.<br /> Dopo la visita a Chittogarh e al suo forte, l&#8217;arrivo a Pushkar, per l&#8217;irrinunciabile visita al tempio dedicato a Brahma, l&#8217;unico in tutta l&#8217;India, posto vicino al lago - anch&#8217;esso sacro - della città.</p> <p>Prossima tappa Jaipur, detta città &#8220;rosa&#8221; (per le abitazioni così dipinte) ma anche città delle pietre preziose, con i suoi elefanti - a ridosso del forte di Amber, ridotti a puro e inutile divertimento turistico -, con l&#8217;Hawa Mahal, noto come Palazzo dei Venti (in realtà si tratta unicamente di una facciata, seppur splendidamente scolpita), ma soprattutto con il sorprendente osservatorio astronomico all&#8217;aria aperta (il Jantar Mantar).<br /> Dopo Jaipur, ultima città del Rajasthan, il viaggio è proseguito verso la regione dell&#8217;Uttar Pradesh, dove il nostro autista Ratan ci ha accompagnato nell&#8217;ennesimo sorprendente luogo: la cittadina &#8220;fantasma&#8221; di Fatehpur Sikri, capitale politica dell&#8217;impero moghul, fatta costruire a perfezione dal re Akbar nel 1571 e poi abbandonata nel 1585. Proprio qui, a Fatehpur Sikri, data la presenza nel sito monumentale di una grandiosa moschea, la Jama Masiid, c&#8217;è stato per noi l&#8217;incontro con alcuni musulmani: non abbiamo potuto non notare la diversità nel rapporto con gli occidentali da parte di questi indiani di religione islamica. Rispetto agli hindu, infatti, il loro approccio è stato più diretto, meno rispettoso e molto smaliziato: noi eravamo ai loro occhi - è stata questa la nostra impressione - soltanto turisti da spennare.<br /> Siamo arrivati ad Agra ansiosi di vedere finalmente una delle sette nuove meraviglie del mondo, il Taj Mahal, il mausoleo simbolo di amore eterno, fatto realizzare dall&#8217;imperatore moghul Shah Jahan, per celebrare il ricordo della moglie Arjumand Banu Begum, nota anche come Mumtaz Mahal, nome che in persiano significa &#8220;la luce del palazzo&#8221;. Nessuna sorpresa, davvero, alla vista, durante le prime luci dell&#8217;alba, di questo mausoleo di marmo bianco, solo la profonda ammirazione per lo spettacolo di pura e solenne bellezza che avevamo davanti.</p> <p>Dopo il malinconico saluto al nostro fedele autista, abbiamo proseguito il viaggio con il treno: la tratta Agra-Varanasi, disponibile solo in 2a o 3a classe, è stata quanto meno singolare. Già alla stazione, caldissima e piena di gente, avevamo avuto una avvisaglia che le cose non sarebbero state propriamente &#8220;semplici&#8221;: un black out della corrente elettrica - era ora di cena - ha trasformato la stazione in un luogo di ombre sudate che si aggiravano come formiche operose in spazi ristretti. Anche noi, francamente un po&#8217; frastornati, ci siamo dovuti adeguare. Non ci aspettavamo granché sul treno, però segretamente nutrivamo la speranza che l&#8217;ambiente non fosse proprio pessimo. Passi la mancata divisione dei vagoni, per cui si stava tutti in una grande camerata, passi la scomodità delle cuccette - quello accade anche in Italia! -, ma l&#8217;invasione di strani insetti che soggiornavano allegramente dappertutto e la molto discutibile pulizia dei bagni hanno reso il lungo viaggio (circa 12 ore, praticamente tutta la notte) abbastanza difficile.</p> <p class="MsoNormal" style="margin: 0pt 17.5pt 0.0001pt 27.5pt; text-align: justify; text-indent: 28.75pt">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin: 0pt 17.5pt 0.0001pt 27.5pt; text-align: justify; text-indent: 28.75pt">(<a href="http://www.geomondadori.com/club-geo/articolo/tra-le-braccia-dellindia-viaggio-in-rajasthan-agra-e-varanasi-1/it">indietro #1</a>)  (<em>continua</em>)</p> <p><em>Bambini, Deserto del Thar, Jaisalmer, agosto 2011, ph.M.Apice</em></p> <p><em>Tempio dei Topi, Deshnoke, agosto 2011, ph.M.Apice</em></p> <p><em>Gadi Sagar Lake, Pesci gatto, Jaisalmer, agosto 2011, ph.M.Apice</em></p> <p><em>Deserto del Thar, Jaisalmer, agosto 2011, ph.M.Apice</em></p> Tra le braccia dell’India. Viaggio in Rajasthan, Agra e Varanasi #1 http://www.geomondadori.com/club-geo/articolo/tra-le-braccia-dellindia-viaggio-in-rajasthan-agra-e-varanasi-1/it Wed, 11 Apr 2012 14:04:17 +0000 Club Geo Articolo Articolo Club Geo /club-geo/articolo/tra-le-braccia-dellindia-viaggio-in-rajasthan-agra-e-varanasi-1/it Prima parte “Io avallo”: con queste ardite parole una guida ... <p><strong>Prima parte</strong></p> <p>“Io avallo”: con queste ardite parole una guida conosciuta nella cittadina indiana di Jaisalmer e appartenente alla casta dei “bramini” (i sacerdoti) mi spiegava di essere d&#8217;accordo con l&#8217;intenzione di sua moglie di trovarsi un lavoro per aiutare la famiglia. E io ero lì a chiedermi se era più insolito avere di fronte a me un indiano, dichiaratamente legato alle tradizioni, che accettasse di farsi aiutare economicamente dalla moglie, oppure se fosse ancor più assurdo che questo indiano usasse, e correttamente, un termine italiano così rarefatto e desueto. Questo ragazzo, infatti, parlava uno splendido italiano, migliore anche di quello di molti nostri connazionali: certo, può sembrar strano immaginare un indiano adulto, padre di tre figlie, che non era mai uscito dalla sua città perché sua nonna non glielo consentiva, e allo stesso tempo utilizzava con grande padronanza termini come “procrastinare” e “delucidare”, oppure mi chiedeva di chiarirgli quali potessero essere i diversi significati della parola “nota”. Eppure ero meravigliata, ma non del tutto sorpresa: perché la realtà è che in India, come ripetono gli stessi indiani, è davvero tutto possibile. In quella terra affascinante e misteriosa, fatta di contraddizioni e speranza, intrisa di colori, odori e sapori persistenti e penetranti, ciò che non ti aspetti è sempre dietro l&#8217;angolo. Pronto a suscitare la più pura meraviglia.</p> <p>Ma andiamo con ordine.</p> <p>E&#8217; da diversi anni, ossia da quando ho conosciuto attraverso le pagine pasoliniane il paese dei Maharaja, delle mille culture e religioni, delle tigri e delle spezie, che ho sognato di assaporare un po&#8217; di quell&#8217;<em>“</em>Odore dell&#8217;India” che tanto aveva conquistato il poeta friulano nel lontano 1961. Il momento propizio per me è arrivato la scorsa estate, nel mese di agosto – curiosamente, cinquant&#8217;anni esatti dopo Pasolini. La temuta stagione dei monsoni non mi ha bloccato, anche perchè, avendo scelto un itinerario concentrato sul Nord del paese, per lo più desertico, sapevo che io e miei compagni di viaggio avremmo dovuto proteggerci dal caldo, e molto meno dalle piogge.</p> <p>Appena scesi dall&#8217;aereo, Delhi ci ha accolto nel suo delirio confusionario: motociclette e <em>tuctuc</em>, automobili dal sapore antico e innumerevoli mucche, e poi ancora giardini, immondizia e un pullulare continuo di persone coloravano un mondo a noi estraneo, che quasi ci respingeva a un primo sguardo. Un&#8217;afa plumbea, asfissiante a condire l&#8217;atmosfera. Da subito, però, l&#8217;impatto rassicurante con il sorriso di Ratan, il nostro autista, e, di lì a poco, nostro vero compagno di viaggio, ci confermava ciò che avremmo finito con l&#8217;accettare come una verità assoluta: ovvero che in India avviene sempre qualcosa che non ti aspetti, e quello che ti aspetti, con ogni probabilità, è destinato a non avvenire.</p> <p>Prime visite, ancora stanchi dal viaggio, nella parte nuova della città, con l&#8217;India Gate e l&#8217;imponente Bahai Temple. Poi il fascino del complesso del Qutb Minar, splendido esempio dell&#8217;influenza dell&#8217;architettura di origine islamica, e la Humayun&#8217;s Tomb, fatta costruire nel XVI secolo su una piattaforma di arenaria rossa.</p> <p>Il viaggio è entrato nel vivo il giorno seguente, con la fedele Toyota Innova, principale responsabile dei nostri spostamenti, in direzione della cittadina di Mandawa, prima tappa del tour che ci avrebbe portato a esplorare la regione del Rajasthan, spingendoci poi fino ad Agra e Varanasi. In uscita da Delhi, quella mattina, traffico infernale, ingorghi senza alcuna “ratio” e soprattutto uno strombazzare di clacson senza soluzione di continuità: le nostre strade cittadine intasate di macchine all&#8217;ora di punta mi sembravano un lieto miraggio in confronto a quello che avevo davanti agli occhi. Del resto, si capisce subito, e in maniera inequivocabile, che la vera colonna sonora dell&#8217;India è il clacson. Non è, come sarebbe da noi, un segno di protesta o di emergenza, ma a tutti gli effetti un&#8217;affermazione di sé che serve a indicare i movimenti, a dire <em>“io sono qui e mi sto muovendo”</em>. Basti pensare che ogni camion sul retro ha apposto un cartello che recita la scritta <em>“please horn!”</em>; quindi non suonare il clacson è quasi un segno di scortesia!</p> <p>Mi sia permessa a questo punto una breve digressione sulla mobilità stradale in India, una delle prime cose che saltano agli occhi praticamente fin dal parcheggio dell&#8217;aeroporto. La popolazione usuale di una qualunque strada indiana, sia essa un piccolo vicolo cittadino o una delle strade extraurbane che collegano i principali centri abitati, è composta, in ordine sparso, da: motociclette con a bordo una, due, tre o quattro persone dai sei mesi ai novant&#8217;anni di età; autobus stracolmi delle autolinee più spartane; autobus meno pieni delle linee più costose; camion giganteschi carichi di persone e masserizie; pedoni intenti ad attraversare le strade guardando in alto o parlando ad alta voce con qualcuno alle loro spalle; <em>tuctuc</em>, ovvero piccoli tre-ruote con funzione di taxi, carichi di almeno sei-sette passeggeri; cammelli, pavoni, cani, topi e, saltuariamente, qualche elefante; infine le Tata Indigo e le Toyota Innova, segni distintivi delle macchine dei turisti. Su questo caos vociante e clacsonante regna incontrastata la mucca, animale sacro tra i sacri, che gli indiani, scherzosamente ma non troppo, considerano l&#8217;unica vera polizia stradale: in effetti si tratta del solo frequentatore delle strade per il quale l&#8217;indiano medio è disposto a frenare e ad aspettare che liberi la strada. Carreggiata, fondo stradale, linea di mezzeria, senso di marcia, precedenze sono concetti teorici per il guidatore indiano, indicazioni di massima, suggerimenti orientativi. Apparentemente è un caos ingestibile, ma la realtà è che gli indiani sanno benissimo cosa fare, e se i visitatori, i primi giorni, possono prendersi degli spaventi considerevoli, finiscono poi con l&#8217;abituarsi molto presto, tanto da sorprendersi, al ritorno a casa, dell&#8217;ordine noioso, silenzioso e poco funzionale del traffico cittadino.</p> <p>Mandawa, la nostra prima tappa, si è presentata a noi sotto una lieve pioggerellina, solo un piccolo ristoro all&#8217;afa aggressiva. Poco più di un villaggio, le sue strade apparivano alla vista come un assaggio già amaro della povertà indiana. I nostri vestiti, le macchine fotografiche, le stesse scarpe da ginnastica ai piedi sembravano davvero provenire da un altro mondo. Subito l&#8217;incontro con la gente locale: decine di paia di occhi ci scrutavano desiderosi di capire un po&#8217; di più di quella strana umanità che avevano di fronte. E noi, al tempo stesso, se da una parte cercavamo di fare attenzione a dove mettere i piedi – il fango e l&#8217;immondizia erano un po&#8217; ovunque – dall&#8217;altra cercavamo di imprimere nella memoria ogni istante di quella “scoperta”. Non solo i tipici <em>“haveli” </em><span> </span>(antichi edifici decorati, con grandi cortili interni, in cui un tempo vivevano e lavoravano i mercanti con le loro famiglie) ma soprattutto le persone, per lo più ai margini di case e strade<span>  </span>(alcune coloratissime – le donne – altre vestite di tuniche bianche, quasi degli stracci, annodati alla rinfusa). Tutti comunque con una strana, rassegnata pace negli occhi, una serenità (purtroppo non contagiosa!) che presto avremmo imparato a riconoscere. Continuamente scrutati dai loro occhi indiscreti, ciò che più ci colpiva era il sorriso, mai negato, sempre esibito, a ogni nostro passaggio.</p> <p>Il giorno successivo, siamo partiti di buon mattino e con grande emozione, perchè sapevamo che la tappa che ci attendeva sarebbe stata indimenticabile: dopo aver visitato la cittadina di Bikaner, con il suo imponente forte di Janagarh, ci siamo diretti infatti verso il Karni Mata, conosciuto come il Tempio dei Topi, a Deshnoke, importante meta di pellegrinaggi: secondo la leggenda, i topi sacri del tempio, infatti, sono la reincarnazione dei cantastorie tanto cari a Karni Mata, mistica donna indu personificazione della divinità Durga. Dopo aver tolto le scarpe, obbligo per ogni tempio, siamo entrati: il cancello aperto già mostrava i primi topolini che, sul limitare della soglia, non si azzardavano a uscire dall&#8217;area sacra, come se sapessero davvero che quella era la loro casa. Incredibile vederli liberi e indisturbati nelle loro faccende: i topi erano impegnati a mangiare, a correre, a litigare, e sembravano proprio non curarsi di noi. L&#8217;odore nauseabondo e la paura di essere toccati da quegli animali non certo piacevoli non erano riusciti comunque a rovinare la nostra visita. Quando un roditore mi è passato sopra i piedi, il nostro autista ha sfoderato il suo migliore sorriso, dicendomi: <em>“Good luck!”</em>. In India, ogni evento che accade viene identificato come qualcosa che determina in chi vi si imbatte la <em>&#8220;bad luck&#8221;</em> o la <em>&#8220;good luck&#8221;</em>. Quindi, nel caso del topo, mi ero già guadagnata la mia dose di fortuna, eppure ancora non bastava. Si dice infatti che per avere buona sorte bisogna scorgere tra le migliaia di topi neri, quello bianco. Siamo riusciti a vedere per pochi secondi un candido esemplare, mentre si nutriva di zuccherini lasciati in segno di devozione dai fedeli. Missione compiuta, dunque. L&#8217;ultimo elemento di <em>“good luck”</em> sarebbe stato quello di mangiare uno degli zuccherini preventivamente assaggiato dalle sacre bestiole: in quel caso, in tutta franchezza, non ce la siamo sentita.</p> <p>Quello era stato il nostro primo grande tempio hindu, nel quale avevamo potuto toccare con mano la grande spiritualità del popolo indiano: un afflato religioso fatto di gesti rituali, di litanie, e reale abnegazione. Tante volte infatti durante il nostro viaggio abbiamo incontrato centinaia di pellegrini che camminavano sul ciglio della strada, per lo più scalzi, alcuni con i bambini in braccio, tutti incuranti dell&#8217;afa e del sole cocente, pronti a percorrere decine di chilometri per raggiungere uno dei tanto agognati templi a cui affidare le proprie preghiere. Solo pochi fortunati hanno la possibilità di recarsi in pellegrinaggio con un mezzo di locomozione privato: chi non ha soldi va a piedi, i più fortunati potranno permettersi l&#8217;autobus solo per il viaggio di ritorno; altri si stipano su carri e autobus di fortuna, altri ancora vanno in motocicletta, anche in tre o quattro. Eppure mai, nemmeno una volta, ho scorto nei loro occhi o nei gesti un segno di cedimento, o di fastidio. Ecco perchè spesso mi sono chiesta quali pensieri affollassero le loro menti, quali fossero le preghiere, i sogni, le speranze da affidare a Brahma, Vishnu, Shiva, o ancora a Ganesha, Lakshmi, Krishna, per citare solo le più importanti tra le innumerevoli divinità del pantheon della religione induista.</p> <p class="MsoNormal" style="margin: 0pt 17.5pt 0.0001pt 27.5pt; text-align: justify; text-indent: 28.75pt">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin: 0pt 17.5pt 0.0001pt 27.5pt; text-align: justify; text-indent: 28.75pt">(<a href="http://www.geomondadori.com/club-geo/articolo/tra-le-braccia-dellindia-viaggio-in-rajasthan-agra-e-varanasi-2/it"><em>continua</em></a>)</p> <p class="MsoNormal" style="margin: 0pt 17.5pt 0.0001pt 27.5pt; text-align: justify; text-indent: 28.75pt">&nbsp;</p> <p><em>Strada da Delhi a Mandawa, tuc tuc indiano, agosto 2011, ph.M.Apice<br /> Strada da Delhi a Mandawa, agosto 2011, ph.M.Apice<br /> Haveli, interno, Mandawa, agosto 2011, ph.M.Apice<br /> Piazza, Mandawa, agosto 2011, ph.M.Apice</em></p> Per un’Italia Possibile, Ilaria Borletti Buitoni http://www.geomondadori.com/homeflash//per-unitalia-possibile-ilaria-borletti-buitoni/it Fri, 23 Mar 2012 15:20:12 +0000 HomeFlash HomeFlash /homeflash//per-unitalia-possibile-ilaria-borletti-buitoni/it Bosco San Francesco, Assisi ph. © Maja Galli http://www.geomondadori.com/homeflash//bosco-san-francesco-assisi-ph-%c2%a9-maja-galli/it Wed, 14 Mar 2012 09:20:18 +0000 HomeFlash HomeFlash /homeflash//bosco-san-francesco-assisi-ph-%c2%a9-maja-galli/it Kolymbetra ph. © Giulio Barreri http://www.geomondadori.com/homeflash//kolymbetra-ph-%c2%a9-giulio-barreri/it Wed, 14 Mar 2012 09:15:00 +0000 HomeFlash HomeFlash /homeflash//kolymbetra-ph-%c2%a9-giulio-barreri/it Masino ph. © Giorgio Majno http://www.geomondadori.com/homeflash//masino-ph-%c2%a9-giorgio-majno/it Wed, 14 Mar 2012 09:10:43 +0000 HomeFlash HomeFlash /homeflash//masino-ph-%c2%a9-giorgio-majno/it Villa dei Vescovi ph. © Matteo Danesin http://www.geomondadori.com/homeflash//villa-dei-vescovi-ph-%c2%a9-matteo-danesin/it Wed, 14 Mar 2012 09:05:49 +0000 HomeFlash HomeFlash /homeflash//villa-dei-vescovi-ph-%c2%a9-matteo-danesin/it Villa del Balbianello, Lenno ph. © Giorgio Majno http://www.geomondadori.com/homeflash//villa-del-balbianello-lenno-ph-%c2%a9-giorgio-majno/it Wed, 14 Mar 2012 09:05:07 +0000 HomeFlash HomeFlash /homeflash//villa-del-balbianello-lenno-ph-%c2%a9-giorgio-majno/it PER UN’ITALIA POSSIBILE http://www.geomondadori.com/libri/scheda/per-unitalia-possibile/it Fri, 09 Mar 2012 16:59:14 +0000 Scheda Libri Libri Scheda /libri/scheda/per-unitalia-possibile/it Per un’Italia possibile. La cultura salverà il nostro Paese? ‘Un Paese che ... <p><strong>Per un’Italia possibile.</strong><br /> <strong><em>La cultura salverà il nostro Paese?</em></strong></p> <p>‘Un Paese che riconosce la propria identità culturale è un Paese in cui si vive meglio. Il<br /> riscatto può nascere solo dalla bellezza che, nonostante tutto, vince.’<br /> Il patrimonio storico, ambientale, monumentale dell’Italia è stato avvilito, trascurato e in<br /> alcuni casi abbandonato per decenni, aggredito dalla incontrollata cementificazione e dalla<br /> ‘rapacità economica’. Così l’Italia oggi, a differenza di Germania, Francia e Inghilterra, ha<br /> perso l’occasione recente di sfruttare la risorsa in espansione del turismo culturale e<br /> naturalistico. Un’opportunità forse irrecuperabile per il nostro Paese; un errore di valutazione<br /> il cui peso aumenta con il riconoscimento dell’ineguagliabile potenzialità del nostro vasto e<br /> vario patrimonio.<br /> Quali azioni ‘possibili’ spettano ora a Stato e privati in materia di leggi, competenze, fondi,<br /> interventi e manutenzione per recuperare il danno fatto? Come la cultura può essere una via<br /> per ritrovare quell’orgoglio per la propria identità necessario per ricostruire un Paese afflitto<br /> da una crisi senza precedenti?</p> <p style="text-align: center"><img src="http://gallery.geomondadori.com/albums/userpics/10007/ItaliaPossibile.jpg" height="521" width="340" /></p> <p><strong>Ilaria Borletti Buitoni</strong>, presidente del <strong>FAI - Fondo Ambiente Italiano</strong> cerca di rispondere a<br /> queste domande conducendo il lettore in un viaggio, a tratti lirico, attraverso il territorio - tra<br /> le bellezze e gli scempi dello Stivale - e attraverso il senso civile del popolo, immemore<br /> dell’Italia ottocentesca del grand tour e incapace di orgoglio nazionale. Il pamphlet,<br /> documentato, e con dati sulle dimensioni del patrimonio paesaggistico italiano sullo stato di<br /> emergenza in cui verte e sull’ingerenza politica, è tanto coinvolgente quanto preoccupante.<br /> L’autrice tuttavia non tralascia però di enumerare casi anche felici di piccole e grandi realtà,<br /> tra cui lo stesso FAI - Fondo Ambiente Italiano. Dall’esempio di don Antonio Loffredo con i<br /> suoi ragazzi per la salvaguardia del reticolo sotterraneo delle catacombe di Napoli all’attività<br /> di Fondazioni private, pubbliche e non profit sempre più numerose e impegnate<br /> nell’educazione ambientale, nel recupero di spazi perduti (oasi, giardini storici, santuari) o<br /> nella valorizzazione del turismo culturale.<br /> Un messaggio di fiducia per una Italia Possibile rivolto da Ilaria Borletti Buitoni soprattutto ai<br /> giovani: da loro si può ripartire affinché abbiano sempre maggior consapevolezza di questo<br /> patrimonio che è e sarà il loro e possano con sempre maggior forza chiedere a chi ha la<br /> responsabilità del governo di proteggerlo e valorizzarlo.<br /> Parte del ricavato delle vendite del libro Per un’Italia possibile sarà devoluto a sostegno<br /> delle iniziative del <strong><a href="http://www.fondoambiente.it/" target="_blank">FAI - Fondo Ambiente Italiano</a></strong>.</p> <p><em>In libreria dal 13 marzo 2012.</em></p> <p><strong>Ilaria Borletti Buitoni</strong> dal 2010 presidente del<strong> FAI - Fondo Ambiente Italiano</strong>, dopo aver<br /> vissuto all’estero si è occupata a lungo di associazioni e sviluppo del settore no-profit. Il suo<br /> impegno nel FAI - Fondo Ambiente Italiano ha l’obiettivo di incrementare il numero di<br /> adesioni e di ampliare l’azione della fondazione su tutto il territorio nazionale, affiancando le<br /> istituzioni pubbliche nel compito di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.</p> <p><strong><br /> SOMMARIO</strong></p> <p>Introduzione<br /> Il paesaggio, un bene collettivo<br /> Un viaggio in Italia<br /> “FAI anche tu” una sfida per il futuro<br /> Le proposte<br /> Un’Italia migliore<br /> Un’Italia possibile?<br /> I numeri del FAI dal 1975 a oggi</p> <p>Ufficio stampa Editoria Turistica e Libri Illustrati Mondadori<br /> tel. 02.21563.250 | e-mail:<strong> imaggi@mondadori.it</strong> - <a href="http://www.geomondadori.com">www.geomondadori.com</a></p> fa presto buio / ph. © Alessandra Licheri http://www.geomondadori.com/homeflash//fa-presto-buio-ph-%c2%a9-alessandra-licheri/it Thu, 01 Mar 2012 16:52:10 +0000 HomeFlash HomeFlash /homeflash//fa-presto-buio-ph-%c2%a9-alessandra-licheri/it