Un viaggio nel Corno d’AfricaUn viaggio nel Corno d’AfricaUn viaggio nel Corno d’AfricaUn viaggio nel Corno d’Africa

Un viaggio nel Corno d’Africa

PARTENZA /
sabato 19 settembre 2009
RITORNO /
mercoledì 30 settembre 2009
DESTINAZIONE /
Barentu
VIAGGIATORE /
Angelo Salvo

Un viaggio nel Corno d’Africa è sempre un modo per ripercorrere il passato “recente” del nostro paese che, in quell’area geografica, ha cercato di realizzare una “sponda” coloniale, in linea con tutte le altre potenze europee dell’epoca.

Asmara, infatti, è un esempio concreto di quella italianità che ancora resiste sia nell’architettura delle case e dei palazzi che nella lingua, ancora parlata dagli anziani e tenuta viva da una delle più grandi scuole italiane all’estero.

Fa un certo effetto leggere le insegne – scritte in lingua italiana - dei negozi oppure visitare una delle più grandi scuole italiane all’estero e, ancora, ascoltare la S. Messa nella nostra lingua o parlare per strada con le persone senza alcun problema linguistico.

Ma l’africanità di questo paese l’ho iniziata a gustare allontanandomi dalla capitale e percorrendo la strada che porta all’interno della savana, fino a raggiungere la remota regione del Gash-Barka.

Qui, il paesaggio offre i panorami più svariati: distese di sabbia che si spingono fino alle pendici di maestose formazioni rocciose mentre i letti asciutti dei fiumi lambiscono macchie boschive di Tamarischi e Palme Dum.

Scendo spesso dalla jeep, con la quale sto percorrendo le piste polverose della regione, per vedere da vicino la moltitudine di persone che, quotidianamente, si sposta da un villaggio all’altro – a piedi o a dorso di dromedari o asinelli - in cerca di prodotti da vendere e da acquistare, di relazioni da mantenere, di opportunità da scoprire.

Dopo aver visitato Keren, col il suo ordinato cimitero degli italiani e degli ascari ed il maestoso baobab che “ospita” al suo interno una piccola cappella votiva, raggiungo Barentu, capoluogo della regione; inizio così la mia scoperta/incontro delle varie etnie che popolano questo territorio, dei loro usi e delle loro tradizioni.

Questo è il territorio dei Kunama: etnia maggioritaria in questa regione, che ha origine nilotiche e che è la più antica etnia esistente in Eritrea.
Oltre ai Kunama, lungo il percorso incontro popolazioni di altre etnie: i Beni Hamer, i Nara, i Tigrini, gli Afar, i Bileni, ed altri ancora.
Ognuno di loro è riconoscibile da alcuni particolari; ad esempio dalla pettinatura dei capelli, o dai “tagli” che portano sulle guance, ovvero dal colore dei vestiti o dai monili che indossano.
Insomma, è una vera e propria esplosione di colori che lungo la strada riempie di emozione la mia mente ed il mio cuore.

I turisti, in quest’area, sono oramai quasi inesistenti: solo qualche tecnico e personale di organizzazioni internazionali; infatti, le difficoltà di circolazione imposte dal governo per motivi di sicurezza non permettono agli stranieri di muoversi con facilità in questa area che si trova, non dimentichiamolo, al confine con il Sudan e con l’Etiopia (con la quale l’Eritrea ha concluso da qualche anno una sanguinosissima guerra senza aver raggiunto ancora una pace definitiva).

I segni degli aspri combattimenti sono ancora ben visibili lungo le strade, ai cui bordi si ammassano tuttora carcasse di cingolati e mezzi corazzati; non mancano le trincee dove tanti uomini e donne hanno combattuto per anni per conquistare l’indipendenza.

E intanto continuo a girare attraverso i villaggi che incontro lungo il mio percorso: Bimbilna, dove insiste un’azienda agrumicola gestita dai frati cappuccini, Fode, Ebaro, Delle, Shambuko, Kona e tanti altri; in alcuni mi fermo e, dopo un attimo di perplessità, la gente mi invita ad entrare nelle loro capanne: i tukul.
E’ davvero disarmante vedere come le loro abitazioni – costruite ancora con fango e paglia - sono essenziali ma pulite ed ordinate e nonostante ciò gli abitanti riescono ad offrire all’ospite una grande ospitalità con quel poco che c’è: una tazza di te, qualche dolcetto, un sorriso.

Arrivando in un villaggio, non è difficile (come mi è capitato) trovare la gente riunita sotto il maestoso baobab per discutere e prendere decisioni importanti per l’intera comunità.

A Tesseney, paese al confine col Sudan, visito un’estesa piantagione di banane e, successivamente, vengo invitato al “rito” del caffè: si chiacchiera mentre una donna inizia a tostare i chicchi del caffè per poi pestarli nel mortaio e quindi inserire il prodotto già polverizzato in un utensile in terracotta (a forma di bottiglia) dove l’acqua prenderà il profumo e l’aroma del caffè fresco.
Questa operazione dura alcune ore e l’ospite non può sottrarsi al “cerimoniale” di bere almeno un paio di tazzine colme.

Sono tempi e ritmi che noi “occidentali” abbiamo perso oramai da tempo per rincorrere con affanno i vari impegni della quotidianità, a scapito delle relazioni umane e del benessere personale.

Insomma, questo viaggio in Eritrea mi ha fatto scoprire non solamente un paese ricco di fascino e di bellezze naturali ma soprattutto un’umanità ricca di dignità che riesce ancora a trasmettere, attraverso uno sobrio stile di vita, alti valori di ospitalità e generosità.

Angelo Salvo





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